La Concentrazione

Che cos’è la concentrazione?

Forse una definizione comune eppure può essere: una forma di controllo del pensiero, indirizzata su un singolo oggetto. Ognuno di noi, nelle normali attività della vita quotidiana,  sperimenta forme e momenti di concentrazione più o meno intensa…ma c’è un altro aspetto della concentrazione che non siamo abituati a considerare, perchè non ci viene richiesto dalle necessità della vita pratica, ma richiede uno sforzo cosciente e volontario.

La concentrazione può essere un modo per comprendere la natura del pensiero, facendone esperienza diretta, “dall’interno”.

Chiaramente noi tutti pensiamo, abbiamo esperienza del pensiero…quindi, in che senso potremmo comprendere meglio la natura del pensiero?

Possiamo grossolanamente distinguere due tipi di pensiero: uno di servizio con cui quotidianamente svolgiamo compiti, teniamo a mente impegni, ecc, ed un’altro tipo: il pensiero creativo. Con questa pratica intendiamo riconoscere questa facoltà del pensiero.

Diventa ora necessario contestualizzare. Nello scrivere questo articolo sto partendo dalla premessa che il pensiero sia una realtà spirituale, e non soltanto “probabilmente”, “ragionevolmente” un’espressione di una realtà materiale, come siamo abituati a credere più o meno inconsciamente. Una dimostrazione della importanza determinante del pensiero come fenomeno di realtà primario e non come “epifenomeno”, viene ad esempio data da Rudolph Steiner nel libro “La filosofia della Libertà”; tale consapevolezza costituisce una premessa, sulla quale assume un senso l’esercizio della concentrazione. Con questa ed altre opere, Steiner fa un passo determinante nell’evoluzione delle conoscenze tradizionali, e questo passo viene portato a compimento da Massimo Scaligero, che fa della natura del pensare il centro della suo insegnamento.

E’ necessario ora chiarire che l’esercizio della concentrazione, che in seguito andremo a descrivere ed offrire al lettore, richiede alcuni passaggi preliminari, che possono richiedere a loro volta uno sforzo: prima ancora di cominciare l’esercizio in sè. Tali passaggi sono in un certo senso parte dell’esercizio stesso, perchè richiedono un autocontrollo di base, e la capacità di richiamarlo a volontà: e non solo sulla base di richieste o necessità che provengano dall’esterno o dalle abitudini.

Il primo sforzo cosciente è quello di acquietare il corpo, portare l’attenzione sul flusso di pensieri: fermarsi dalle attività quotidiane, per dedicarsi ad una attività che non ci viene automatica, alla quale non si può sperare di passare “senza sforzo”, nel proprio flusso di azione abitudinaria. Il primo passaggio per attuare la concentrazione, insomma, è la attivazione della volontà cosciente! Per questo motivo, lo sforzo è presente anche se l’esercizio è di breve durata (5 minuti). Anzi, proprio la breve durata richiama la necessità di attivare al massimo l’autocontrollo, perchè mentre in un lavoro di un’ora è quasi scontato che ci si potrà mettere comodi, ciò che è richiesto nell’esercizio della concentrazione è proprio uno sforzo attivo e immediato, e continuo: in un parola: concentrato.

Contestualizziamo ancora. La concentrazione è un esercizio di presenza che precede la meditazione. E’ così inmolte tradizioni: nello Yoga dopo aver sistemato il corpo, si fa Dharana, concentraizone, per poi passara a Dhyana, meditazione. La concentrazione consiste nel mantere pensieri voluti, e volontà di pensarli.

Andiamo ora a vedere l’esercizio come spiegato da Scaligero, e successivamente da Steiner. Il primo usa sempre parole molto precise ed analitiche che possono risultare difficili da comprendere, ma il senso del suo discorso dovrebbe risultare chiaro. La descrizione di Steiner sarà più evocativa e, confrontando i due estratti, si avrà un’idea chiara di ciò che intendimo come esercizio di concentrazione, e del perchè esso possa illuminare la natura del pensiero, consentendoci di ritrovare gradualmente la coscienza del concetto.

Per chi già ora sta avendo difficoltà a distinguere le sottigliezze semantiche, possiamo dire che il “concetto” corrisponde in tanti sensi alla classica “idea” platonica, sorgente viva di tutte le realtà materiali che portano il suo nome, e preesistente ad esse. Il fatto che proprio questa sia la natura della realtà e del pensiero, il fatto che lo Spirito sia componente essenziale per la sussistenza delle forme materiali, è una delle rivelazioni di cui lo studioso di Antroposofia può fare esperienza e portare sempre con sè nella sua coscienza.

Riportiamo di seguito l’esercizio della concentrazione come presentato da Massimo Scaligero nella sua opera “Tecniche della concentrazione interiore”:

Il pensiero riacquisisce il potere dell’automovimento, in quanto venga concentrato su un tema semplice, facilmente dominabile. Non è il tema che importa, bensì il pensiero impegnato in esso: che è sempre l’identico pensiero, sia che pensi la sedia, sia che pensi l’Apocalisse. Inizialmente il tema deve essere un oggetto costruito dall’uomo, o un contenuto matematico, in quanto l’impersonale pensiero che ne è alla base, rivissuto, ha il potere di liberare il principio cosciente dalla psiche soggettiva, legata alla corporeità: dà la garanzia di non deviare nell’inconscio, o nel medianico, o nel mistico. Questo pensiero è il concetto, indipendente dall’oggetto medesimo. Il concetto, ricostituito, diviene, a conclusione dell’esercizio, oggetto di contemplazione.

Il discepolo si concentra su un oggetto, del quale considera la forma, la sostanza, il colore, l’uso ecc., la serie delle rappresentazioni che ne esauriscono la struttura fisica, sino a che al suo luogo rimanga il contenuto di pensiero. Questa operazione non deve impegnare l’atten­zione cosciente del discepolo meno di cinque minuti, al termine di essa, l’oggetto deve essere dinanzi alla coscienza di lui come un simbolo, o un segno, o una sintesi, avente in sé indialetticamente tutto il contenuto di pensiero elaborato.

Questo è l’esercizio tipico della concentrazione, il cui processo, esigendo la cooperazione – sia pure momentanea – dei principi costitutivi dell’uomo, Io, anima, corpo sottile, corpo fisico, secondo gerarchia originaria, è fondamentale per lo sperimentatore moderno. Come esercizio tipico, esso è completo e può da solo, se rigorosamente praticato, condurre al reale equilibrio interiore e in séguito all’esperienza sopranormale.

L’importanza di questo esercizio consiste nella sua semplicità, che consente la massima intensità del pensiero cosciente. Il materiale chiamato alla costruzione di esso –  rappresentazioni, ricordi, nozioni, forma discorsiva ecc. – non è la forza-pensiero, ma ciò di cui questa normalmente si veste per esprimersi, senza mai lasciar afferrare se stessa. L’esercizio tende a far affiorare nella coscienza questa inafferrabile forza-pensiero.

Dalle parole di Scaligero risulta chiara la finalità spirituale del lavoro. Si può comunque notare che questo esercizio ha una utilità pratica anche se eseguito senza nozioni di tipo esoterico, perchè tende a riequilibrare le contraddizioni interiori, a disciplinare la coscienza, e a risvegliare la forza dell’io.

Concludiamo ora con la citazione di Steiner, dall’opera “Iniziazione”. Si tratta di una forma di controllo del pensiero più che di vera e propria concentrazione, ma la descrizione evocativa e poetica può indicare cosa significhi la parole “idea” o “concetto”. Il consiglio è comunque di cominciare con l’esercizio di Scaligero, concentrandosi su oggetti insigificanti, in modo da ridurre al minimo le distorioni emotive ed impararle a riconoscere. Successivamente sarà più facile lavorare su concetti che coivolgono anche i nostri sensi animici e non soltanto il piano del pensiero.

Anzitutto conviene liberarsi dall’idea che occorrano pratiche strane e misteriose per arrivare a conoscenze superiori. Ci si deve rendere chiaramente conto, che come punto di partenza, si devono prendere i sentimenti e i pensieri con cui l’uomo vive continuamente, e che si tratta soltanto di dare a questi sentimenti e a questi pensieri una direzione diversa da quella abituale. Ci si deve dire anzitutto: nel mondo dei miei sentimenti e del mio pensiero stanno nascosti i misteri più alti; ma fino ad ora non li ho potuti scorgere.

In ultima analisi, tutto si risolve nel fatto che l’uomo porta seco continuamente corpo, anima e spirito, ma che egli è chiaramente cosciente soltanto del proprio corpo, e non della sua anima e del suo spirito; mentre il ricercatore interiore diventa cosciente della sua anima e del suo spirito, come l’uomo normale lo è del proprio corpo. Questa è la ragione per cui importa dare ai sentimenti e ai pensieri la giusta direzione, perchè allora si sviluppa la facoltà di percepire ciò che è invisibile nella vita ordinaria.

Verrà ora indicata una delle vie per raggiungere quello scopo. Si tratta anche questa volta di un mezzo facile, come quasi tutto ciò che finora è stato comunicato, ma produce importanti risultati se viene praticato con costanza e se l’uomo è capace di dedicarvisi con il giusto atteggiamento intimo dell’anima.

Ci si ponga dinanzi il piccolo seme di una pianta; si tratta ora, di fronte a questo oggetto insignificante, di sviluppare con intensità dei giusti pensieri, e per mezzo di questi, dei determinati sentimenti. Anzitutto bisogna rendersi chiaramente conto di ciò che realmente si vede con gli occhi. Occorre descriversi la forma, il colore e tutte le altre proprietà del seme, e poi fare le seguenti riflessioni: da questo granellino, se seminato nella terra, sorgerà il complesso organismo di una pianta. Ci si rappresenti la pianta costruendola nella propria fantasia, e poi si pensi: ciò che ora io mi rappresento con la fantasia, verrà più tardi, dalle forze della terra e della luce, realmente tratto fuori dal seme. Se avessi davanti a me un oggetto artificiale che imitasse quel granellino di seme con tale perfezione, che i miei occhi non potessero distinguerlo da un seme vero, nessuna forza della terra e della luce varrebbe a trarne fuori una pianta.

Chi comprende chiaramente questa idea, e la sperimenta interiormente, potrà anche, col giusto sentimento, formare il seguente pensiero. Egli dirà a sè stesso: «nel seme già riposa, nascostamente – come forza dell’intera pianta – ciò che più tardi crescerà fuori da esso; mentre nell’imitazione artificiale questa forza non vi è, nondimeno, per i miei occhi, quello e questa sembrano uguali. Il vero seme contiene dunque qualcosa di invisibile, che non esiste nell’imitazione».

Su questo invisibile occorre volgere il sentimento e i pensieri. Il discepolo deve rappresentarsi: «questo invisibile si trasformerà più tardi in pianta visibile, che mi si presenterà dinanzi con forma e colore». Ci si fermi su questo pensiero: «l’invisibile diventerà visibile». Se
io non potessi pensare, non mi si potrebbe neppure fin da ora palesare ciò che diventerà visibile soltanto più tardi.

Si tenga però particolarmente presente che ciò che allora si pensa deve anche essere intensamente sentito. Nella calma, senza intromissione disturbatrice di altri pensieri, bisogna sperimentare in sè il pensiero sopra accennato; e ci si riservi il tempo necessario perchè il pensiero, e il sentimento che ad esso si ricollega, si possono imprimere, in certo qual modo, profondamente nell’anima. Se si arriva ad effettuare questo nel modo giusto, si comincerà dopo qualche tempo, – probabilmente soltanto dopo molti tentativi – a sentire interiormente una forza, e questa forza provocherà in noi una nuova facoltà di visione.